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		<title><![CDATA[Forum di www.quellicheilcinema.it - Tutti i forum]]></title>
		<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/</link>
		<description><![CDATA[Forum di www.quellicheilcinema.it - http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it]]></description>
		<pubDate>Mon, 21 May 2012 06:59:50 +0000</pubDate>
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			<title><![CDATA[VENDICAMI]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=45</link>
			<pubDate>Fri, 29 Oct 2010 12:35:41 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=45</guid>
			<description><![CDATA[Nel presentare il film agli astanti del cineforum ci è stato detto che "VENDICAMI" (2009, Hong Kong/Francia, "Fuk Sau" nella v.o. cinese, "Vengeance" in quella inglese) e il suo regista piacciono a Quentin Tarantino. Dopo aver visto la pellicola capisco il perché. Il film è decisamente pregno di sparatorie, ma le scene sono comunque girate in modo abile e sapiente, il che ricorda molto i capitoli kill-billiani del regista americano. Anche i personaggi sono molto ma molto particolari, a cominciare ovviamente dal protagonista, François Costello, interpretato mirabilmente da quella che per me è stata una totale scoperta: la rock star francese ageé Johnny Hallyday. Il regista credo avrebbe voluto Delon (così l'omaggio a Jean-Pierre Melville sarebbe stato completo), ma direi che il rifiuto del divo francese è stata una manna dal cielo per il film e per Hallyday stesso. Tutto il vissuto del rocker francese - le sue rughe, la sua bocca carnosa, i suoi piccoli occhietti cerulei, la sua voce roca ma pastosa - diventa parte del personaggio Costello, tanto che non si potrebbe pensarlo diversamente. Anche gli altri attori, soprattutto la triade di "aiutanti" di Costello, sono stati scelti con particolare cura (un plauso al casting). Tre killer con molto aplomb (nonostante la camicia del capo, il quale a me fa venire in mente un Jean Reno orientale, anche se con qualche chilo di meno), ma anche con un loro codice d'onore, capaci di portare a termine l'incarico assegnatogli nonostante il poco lieto epilogo. Mi domando se, dopo tutto, i tre non vedano in Costello il loro possibile futuro e per questo decidano di fare le veci della sua memoria perduta.<br />
<br />
Il film è un chiaro omaggio sia ai noir del passato sia ai classici del western, girato però con occhio orientale e col gusto, tipico dei film cino-hongkonghiani e dei vari wuxia-pian, delle acrobazie e del ralenty. Come orientale è anche l'attenzione alla scelta delle immagini e alla loro qualità. Molto intensa la scena della sparatoria nel bosco, non priva di una sua particolare poesia nel volo del fresbee colorato e nelle immagini della luna piena, e un tocco geniale la resa dei conti finale, tra moderne balle di immondizia cubiche. Tra le varie pellicole che mi sono venute in mente vedendo il lavoro di To, vorrei citarne solo due: "Butch Cassidy" con la splendida coppia Newman-Redford (nella scena della bicicletta) e "Black rain – pioggia sporca" (nella scena della foresta di ombrelli).<br />
<br />
Altre protagonista del film, forse più silenti ma non meno importanti, le città di Macao e Hong kong, con le loro contraddizioni. La prima, soprattutto, che può davvero dirsi la gemella di Las Vegas col suo Flamingo Hotel.<br />
<br />
La smemoratezza di Costello, che alla fine rende l'agognata vendetta qualche cosa di leggero, futile ed effimero, e la sua risata finale, che ha il sapore di una fanciullesca innocenza, sono una chiosa perfetta ancorché surreale di una pellicola godibilissima come poche altre in circolazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Nel presentare il film agli astanti del cineforum ci è stato detto che "VENDICAMI" (2009, Hong Kong/Francia, "Fuk Sau" nella v.o. cinese, "Vengeance" in quella inglese) e il suo regista piacciono a Quentin Tarantino. Dopo aver visto la pellicola capisco il perché. Il film è decisamente pregno di sparatorie, ma le scene sono comunque girate in modo abile e sapiente, il che ricorda molto i capitoli kill-billiani del regista americano. Anche i personaggi sono molto ma molto particolari, a cominciare ovviamente dal protagonista, François Costello, interpretato mirabilmente da quella che per me è stata una totale scoperta: la rock star francese ageé Johnny Hallyday. Il regista credo avrebbe voluto Delon (così l'omaggio a Jean-Pierre Melville sarebbe stato completo), ma direi che il rifiuto del divo francese è stata una manna dal cielo per il film e per Hallyday stesso. Tutto il vissuto del rocker francese - le sue rughe, la sua bocca carnosa, i suoi piccoli occhietti cerulei, la sua voce roca ma pastosa - diventa parte del personaggio Costello, tanto che non si potrebbe pensarlo diversamente. Anche gli altri attori, soprattutto la triade di "aiutanti" di Costello, sono stati scelti con particolare cura (un plauso al casting). Tre killer con molto aplomb (nonostante la camicia del capo, il quale a me fa venire in mente un Jean Reno orientale, anche se con qualche chilo di meno), ma anche con un loro codice d'onore, capaci di portare a termine l'incarico assegnatogli nonostante il poco lieto epilogo. Mi domando se, dopo tutto, i tre non vedano in Costello il loro possibile futuro e per questo decidano di fare le veci della sua memoria perduta.<br />
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Il film è un chiaro omaggio sia ai noir del passato sia ai classici del western, girato però con occhio orientale e col gusto, tipico dei film cino-hongkonghiani e dei vari wuxia-pian, delle acrobazie e del ralenty. Come orientale è anche l'attenzione alla scelta delle immagini e alla loro qualità. Molto intensa la scena della sparatoria nel bosco, non priva di una sua particolare poesia nel volo del fresbee colorato e nelle immagini della luna piena, e un tocco geniale la resa dei conti finale, tra moderne balle di immondizia cubiche. Tra le varie pellicole che mi sono venute in mente vedendo il lavoro di To, vorrei citarne solo due: "Butch Cassidy" con la splendida coppia Newman-Redford (nella scena della bicicletta) e "Black rain – pioggia sporca" (nella scena della foresta di ombrelli).<br />
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Altre protagonista del film, forse più silenti ma non meno importanti, le città di Macao e Hong kong, con le loro contraddizioni. La prima, soprattutto, che può davvero dirsi la gemella di Las Vegas col suo Flamingo Hotel.<br />
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La smemoratezza di Costello, che alla fine rende l'agognata vendetta qualche cosa di leggero, futile ed effimero, e la sua risata finale, che ha il sapore di una fanciullesca innocenza, sono una chiosa perfetta ancorché surreale di una pellicola godibilissima come poche altre in circolazione.]]></content:encoded>
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		<item>
			<title><![CDATA[Impressioni "Bright Star"]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=44</link>
			<pubDate>Mon, 11 Oct 2010 12:37:53 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=44</guid>
			<description><![CDATA["BRIGHT STAR" (2009, regia e sceneggiatura: Jane Campion) è una biografia dell'ultima parte della vita del poeta romantico John Keats (Ben Whishaw ), non però vista attraverso gli occhi di lui, ma attraverso le esperienze e le emozioni della sua amata, Fanny Brawne (una brava e misurata Cornish, che non so spiegare perché a me richiama alla mente una giovane Nicole Kidman). Non sono un'esperta di Keats, quindi non ho le conoscenze per poter giudicare se il film sia biograficamente attendibile. Certamente l'aver scelto il punto di vista femminile dà alla Campion una maggiore libertà d'azione, anche se comunque tocca parti più o meno conosciute dell'esistenza del poeta britannico. Personalmente ho trovato il film molto piacevole e stimolante, anche per approfondire meglio, in seguito, la poetica di Keats. La storia, come dicevo, è vissuta dal punto di vista della protagonista femminile, una ragazza della media borghesia britannica, che a suo modo e nel suo mondo, è anche lei un'artista: se fosse vissuta oggi sarebbe diventata una stilista di moda. Ognuno nel proprio campo, infatti, i due esprimono al meglio la propria capacità inventiva ed è forse questa affinità creativa che permette ai due giovani di trovarsi e scegliersi. La loro liaison amorosa è trattata in maniera romantica (nel senso keatsiano del termine) e gentile, mai una volgarità, mai un accenno a voyeurismi di alcun genere, ed è sottolineata dalle parole del poeta, che punteggiano la pellicola. Spesso le inquadrature rimandano a quadri di artisti famosi, Vermeer in primis, ma anche Edward Hopper, nella scena di Fanny distesa sul letto, e denotano comunque una particolare attenzione alla scelta dei colori, come la scena nel campo dominata dal viola. <br />
<br />
Assolutamente spettacolare le ricostruzioni degli ambienti, dei vestiti, delle suppellettili varie, così accurate fin nei minimi dettagli da far quasi percepire l'odore stesso degli ambienti. <br />
<br />
Struggente la scena finale, in cui, in una Piazza di Spagna livida e insolitamente deserta, il feretro di Keats viene accompagnato per il suo ultimo viaggio verso il Cimitero acattolico di Roma (alla Piramide Cestia, luogo affascinante che consiglio a tutti di visitare).]]></description>
			<content:encoded><![CDATA["BRIGHT STAR" (2009, regia e sceneggiatura: Jane Campion) è una biografia dell'ultima parte della vita del poeta romantico John Keats (Ben Whishaw ), non però vista attraverso gli occhi di lui, ma attraverso le esperienze e le emozioni della sua amata, Fanny Brawne (una brava e misurata Cornish, che non so spiegare perché a me richiama alla mente una giovane Nicole Kidman). Non sono un'esperta di Keats, quindi non ho le conoscenze per poter giudicare se il film sia biograficamente attendibile. Certamente l'aver scelto il punto di vista femminile dà alla Campion una maggiore libertà d'azione, anche se comunque tocca parti più o meno conosciute dell'esistenza del poeta britannico. Personalmente ho trovato il film molto piacevole e stimolante, anche per approfondire meglio, in seguito, la poetica di Keats. La storia, come dicevo, è vissuta dal punto di vista della protagonista femminile, una ragazza della media borghesia britannica, che a suo modo e nel suo mondo, è anche lei un'artista: se fosse vissuta oggi sarebbe diventata una stilista di moda. Ognuno nel proprio campo, infatti, i due esprimono al meglio la propria capacità inventiva ed è forse questa affinità creativa che permette ai due giovani di trovarsi e scegliersi. La loro liaison amorosa è trattata in maniera romantica (nel senso keatsiano del termine) e gentile, mai una volgarità, mai un accenno a voyeurismi di alcun genere, ed è sottolineata dalle parole del poeta, che punteggiano la pellicola. Spesso le inquadrature rimandano a quadri di artisti famosi, Vermeer in primis, ma anche Edward Hopper, nella scena di Fanny distesa sul letto, e denotano comunque una particolare attenzione alla scelta dei colori, come la scena nel campo dominata dal viola. <br />
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Assolutamente spettacolare le ricostruzioni degli ambienti, dei vestiti, delle suppellettili varie, così accurate fin nei minimi dettagli da far quasi percepire l'odore stesso degli ambienti. <br />
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Struggente la scena finale, in cui, in una Piazza di Spagna livida e insolitamente deserta, il feretro di Keats viene accompagnato per il suo ultimo viaggio verso il Cimitero acattolico di Roma (alla Piramide Cestia, luogo affascinante che consiglio a tutti di visitare).]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[L'uomo che verrà]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=43</link>
			<pubDate>Tue, 11 May 2010 18:56:06 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=43</guid>
			<description><![CDATA[Eccomi ritornata, dopo tanta assenza, di cui me ne scuso. Ma mi faccio perdonare con una "recensione" (diciamo così) bella lunga (cosa state facendo con quel ditino sul mouse?? Vi vedo! Via da lì e non cambiate pagina, nè!). Per chi ha visto il film è un po' ripetitiva della trama dello stesso, ma è stata fatta per essere letta anche da chi il film non lo ha visto. Buona lettura e...buona fortuna (per chi riuscirà ad arrivare in fondo ... vivo!). <br />
<br />
"L'UOMO CHE VERRA'"(Italia, 2009), regia, soggetto, sceneggiatura e produzione (con Arancia Film) di Giorgio Diritti, qui al suo secondo lungometraggio. Il film racconta, in parte "inventando" i personaggi - ma non i tragici accadimenti storici -, la strage di Marzabotto (Monte Sole, provincia di Bologna) compiuta nel 1943 dalle truppe naziste. 770 morti tutti civili, in maggioranza donne, anziani e bambini, tra cui una creatura di soli quattordici giorni, che ci dà la misura di quali abissi la follia umana possa raggiungere. Un tema così era pericoloso da affrontare e facilmente poteva portare a calcare la mano ora sulla crudeltà nazista ora sulla pietà per le vittime. Diritti invece è stato bene attento a non cadere in nessun facile pietismo o commiserazione di sorta, ma ha saputo creare con la sapiente direzione registica, la perfetta scelta degli attori (quasi tutti sconosciuti, fatta eccezione per Maya Sansa, Alba Rohrwacher e Stefano "Vito" Bicocchi), e il particolare punto di vista un raro equilibro che rende questo film un vero gioiello. Anche la scelta di girarlo nelle vere lingue del luogo, oltre l'italiano - usato ben poco -, e il tedesco - non sottotitolato perché nella vita vera non succedeva - soprattutto il dialetto della zona, quello emiliano-bolognese (questa volta sì coi sottotitoli), aiuta lo spettatore a calarsi ancora di più nella realtà delle cose e a essere parte della tragedia che di lì a poco si compirà. Il film inizia con una panoramica all'interno di una tipica casa colonica. Lo sguardo si aggira curioso tra le povere stanze, dal pavimento in cemento, dai muri scrostati, con i letti in ferro battuto sfatti, come se gli occupanti se ne fossero andati da poco in fretta e furia. Non un suono, non una voce, nessuna presenza umana. Poi il volto timido, spaventato, spaurito di una bambina di sette anni, dai capelli corti, l'unico segno di vita in tanta desolazione.<br />
<br />
Un balzo nel vicino passato e la casa prende vita, si anima dei suoi abitanti, e noi cominciamo a conoscere uno ad uno i protagonisti di questa vicenda, gli abitanti di Monte Sole. E' una piccola comunità rurale di contadini che cerca di sopravvivere nonostante le ristrettezze e i rischi dovuti alla guerra. Una comunità in cui è in arrivo una nuova vita, il fratellino di Martina, la bambina di sette anni rimasta, per scelta, muta dopo la morte, un anno prima, di un altro fratellino, e di cui condivideremo lo sguardo per tutto il film. Uno sguardo privo di parole ma ricco di significato. Martina è un po' il maschiaccio della famiglia e il suo comportamento selvaggio la porta spesso ad allontanarsi dalle persone e cercarsi un angolino tutto suo nella stalla o tra i boschi. Ecco un altro protagonista della vicenda: la natura, con i suoi prati sconfinati, coperti di gelida neve in inverno, e di rigogliosa erba in estate, punteggiati da minuscole lucciole. Con i suoi boschi frondosi ammantati di mistero, fruscianti per le foglie autunnali che ne ricoprono il suolo, e rifugio di animali ed uomini, gli uni e gli altri in fuga dai chi dà loro la caccia. Il ruscello, che gorgoglia festoso, ma che è anche teatro di sommaria giustizia. Le montagne, che all'orizzonte nascondono il bagliore di una Bologna bombardata. Il cielo, che tutto vede e di tutto è testimone, da cui, con un rombo arriva la morte, ma da cui, con dei parcadute, arriva anche la vita. Una natura che ci parla anche attraverso i suoi suoni (catturati in presa diretta da Carlo Missidenti, premiato col David di Donatello, e supervisionati ancora dall'instancabile Diritti). Poco a poco entriamo nella quotidianità di questo luogo, fatta di gente che lavora duro, lavora sodo, e cerca di tirare avanti come può. Una comunità che si dà aiuto reciproco, che ha le sue regole (comanda su tutti la nonna-matriarca, vestita di nero e con l’immancabile foulard in testa, il cui rigore ha spinto una delle figlie ad andare e poi ritornare a Bologna), ma anche i suoi momenti di svago, come il ritrovarsi nella stalla per raccontarsi avventure passate, o per scambiarsi un furtivo bacio. Poco a poco però, in questo che sembra un racconto bucolico, comincia d insinuarsi la realtà storica, fatta di leggi fasciste che impediscono ai mezzadri di abbandonare la terra, di giovani che si danno alla macchia per unirsi alle squadre di partigiani, e di soldati nazisti che di tanto in tanto compiono raid nella zona. Lentamente, ma inesorabilmente, siamo condotti, per mano di una bambina, verso il tragico epilogo. Iniziano i primi - per noi spettatori - incontri con i giovani soldati nazisti che vengono a "comperare" uova e vino, ma anche con i partigiani che chiedono cibo (come dice Lena nella sua saggezza contadina, che sia da un lato che sia dall’altro chi ne fa le spese sono sempre loro, la povera gente); le diaspore degli uomini nella foresta, delle donne e bambini in chiesa, ritenuta storicamente un rifugio sicuro; le varie incursioni dei soldati nemici; i primi giovani del borgo, divenuto partigiani, e che ritornano a casa coperti da un lenzuolo bianco. L’unico spiraglio di sole  sembra essere la nascita dell’agognato fratellino di Martina, ma è uno spiraglio passeggero e fugace. Poco dopo le squadre naziste, in risposta ad una incursione partigiana, decidono di rastrellare il villaggio e farla pagare ai maledetti italiani. Come al solito gli uomini si nascondono,donne, vecchi e bambini si rifugiano nelle due chiese. Errore fatale. I nazisti non rispettano nessuno, nemmeno Dio, e profanano la santità di chiese e cimiteri, facendo di questi il luogo del massacro di vittime innocenti. Diritti non si perde in scene insistite, in inutili giri di macchina – salvo un ralenti che si inserisce giusto nel contesto - , ma racconta la vicenda così come essa è. Non prende posizione contro le truppe tedesche, ma le racconta così come esse sono, e questo basta ed avanza. Tutto pare perduto. Eppure, tra i corpi martoriati dalle raffiche di mitra e dai colpi di pistola, il piccolo, esile involucro di Martina, col suo vestitino nuovo della prima comunione, ormai macchiato di terra e sangue, si muove, respira. Cerca l’aria, la libertà. E corre, corre nel bosco dove ha lasciato il fratellino appena nato, da lei miracolosamente salvato e nascosto in una delle buche scavate dagli uomini del villaggio. Sua madre, suo padre, i suoi nonni, le sue zie sono tutti morti, ma lei no. Non poteva, lo doveva a quel piccolo frugoletto che piange disperato di fame e sete. Lo trasporta sino alla casa del prete, dove viene soccorsa, lavata, rifocillata. Ma anche qui la morte incombe. Dei soldati nazisti irrompono in casa, mangiano, bevono, importunano le donne – vittime silenti e spesso dimenticate di una guerra voluta dagli uomini – festeggiano l’”impresa” appena portata a termine. E lei, Martina, di nuovo fugge, col pesante fardello dell’unico membro della famiglia rimastole nascosto in un cestino. Torna nell’unico posto che conosce, che per lei è stato comunque sinonimo di gioia e serenità: casa sua. E qui ritorniamo alla scena di apertura e scopriamo ora che stavamo guardando la casa vuota con gli occhi della bambina. Nonostante le immagini siano le stesse sono i nostri occhi ad essere cambiati, a vederle con una luce diversa. Ora sappiamo perché sono vuote e il perché della desolazione. Martina esce, si siede su un ramo incurvato, di fronte alla casa silenziosa, in braccio il fratello, e, per la prima volta, si mette a cantare la ninna nanna che la madre soleva cantare a lei, quando ancora aveva una famiglia. A lato compare il titolo del film, “L’uomo che verrà”, la vita che, nonostante tutto, continua, ma senza dimenticare. <br />
<br />
Il tocco di Diritti è lieve, non insistito, quasi da spettatore, ma uno spettatore partecipe e che rende tutti noi parte della sua storia. Allievo di Olmi, lo si vede nell’amore in cui racconta la natura e la vita contadina, richiamando alla mente sia “L’albero degli zoccoli” sia “Il segreto del bosco vecchio” del grande regista italiano.    <br />
<br />
Un film che colpisce lo spettatore, ma che a me richiama alla mente anche note biografiche. Alcuni momenti che devono aver vissuto i membri della mia famiglia, mia nonna, giovane sposa e madre di un bambino malato nei bui anni della guerra, mio nonno, costretto a sfidare la sorte ogni giorno andando a lavorare a Milano e non sapendo se avrebbe fatto ritorno, la mia bisnonna, che abitava in un cascinale molto simile a quello del racconto, che ha perso un figlio partigiano ucciso dalle truppe naziste, che ha ospitato in casa sfollati, e che ha visto di notte i bagliori lontani di una Milano in fiamme. Nonostante ci separino chilometri e chilometri, molti sono i punti di contatto tra le vicende della mia famiglia e quelle del racconto, e che per questo me lo ha fatte sentire ancora più vicino, più vero, più mio. <br />
<br />
Un film che ha meritatamente vinto il David di Donatello come miglior pellicola del 2009 (e miglior produzione), che è un ottimo biglietto da visita per il nostro cinema,  e che dovrebbe avere una diffusione ben più capillare di quella che gli è stata riservata. <br />
<br />
PS Sopravvissuti all'impresa?? ;-)]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Eccomi ritornata, dopo tanta assenza, di cui me ne scuso. Ma mi faccio perdonare con una "recensione" (diciamo così) bella lunga (cosa state facendo con quel ditino sul mouse?? Vi vedo! Via da lì e non cambiate pagina, nè!). Per chi ha visto il film è un po' ripetitiva della trama dello stesso, ma è stata fatta per essere letta anche da chi il film non lo ha visto. Buona lettura e...buona fortuna (per chi riuscirà ad arrivare in fondo ... vivo!). <br />
<br />
"L'UOMO CHE VERRA'"(Italia, 2009), regia, soggetto, sceneggiatura e produzione (con Arancia Film) di Giorgio Diritti, qui al suo secondo lungometraggio. Il film racconta, in parte "inventando" i personaggi - ma non i tragici accadimenti storici -, la strage di Marzabotto (Monte Sole, provincia di Bologna) compiuta nel 1943 dalle truppe naziste. 770 morti tutti civili, in maggioranza donne, anziani e bambini, tra cui una creatura di soli quattordici giorni, che ci dà la misura di quali abissi la follia umana possa raggiungere. Un tema così era pericoloso da affrontare e facilmente poteva portare a calcare la mano ora sulla crudeltà nazista ora sulla pietà per le vittime. Diritti invece è stato bene attento a non cadere in nessun facile pietismo o commiserazione di sorta, ma ha saputo creare con la sapiente direzione registica, la perfetta scelta degli attori (quasi tutti sconosciuti, fatta eccezione per Maya Sansa, Alba Rohrwacher e Stefano "Vito" Bicocchi), e il particolare punto di vista un raro equilibro che rende questo film un vero gioiello. Anche la scelta di girarlo nelle vere lingue del luogo, oltre l'italiano - usato ben poco -, e il tedesco - non sottotitolato perché nella vita vera non succedeva - soprattutto il dialetto della zona, quello emiliano-bolognese (questa volta sì coi sottotitoli), aiuta lo spettatore a calarsi ancora di più nella realtà delle cose e a essere parte della tragedia che di lì a poco si compirà. Il film inizia con una panoramica all'interno di una tipica casa colonica. Lo sguardo si aggira curioso tra le povere stanze, dal pavimento in cemento, dai muri scrostati, con i letti in ferro battuto sfatti, come se gli occupanti se ne fossero andati da poco in fretta e furia. Non un suono, non una voce, nessuna presenza umana. Poi il volto timido, spaventato, spaurito di una bambina di sette anni, dai capelli corti, l'unico segno di vita in tanta desolazione.<br />
<br />
Un balzo nel vicino passato e la casa prende vita, si anima dei suoi abitanti, e noi cominciamo a conoscere uno ad uno i protagonisti di questa vicenda, gli abitanti di Monte Sole. E' una piccola comunità rurale di contadini che cerca di sopravvivere nonostante le ristrettezze e i rischi dovuti alla guerra. Una comunità in cui è in arrivo una nuova vita, il fratellino di Martina, la bambina di sette anni rimasta, per scelta, muta dopo la morte, un anno prima, di un altro fratellino, e di cui condivideremo lo sguardo per tutto il film. Uno sguardo privo di parole ma ricco di significato. Martina è un po' il maschiaccio della famiglia e il suo comportamento selvaggio la porta spesso ad allontanarsi dalle persone e cercarsi un angolino tutto suo nella stalla o tra i boschi. Ecco un altro protagonista della vicenda: la natura, con i suoi prati sconfinati, coperti di gelida neve in inverno, e di rigogliosa erba in estate, punteggiati da minuscole lucciole. Con i suoi boschi frondosi ammantati di mistero, fruscianti per le foglie autunnali che ne ricoprono il suolo, e rifugio di animali ed uomini, gli uni e gli altri in fuga dai chi dà loro la caccia. Il ruscello, che gorgoglia festoso, ma che è anche teatro di sommaria giustizia. Le montagne, che all'orizzonte nascondono il bagliore di una Bologna bombardata. Il cielo, che tutto vede e di tutto è testimone, da cui, con un rombo arriva la morte, ma da cui, con dei parcadute, arriva anche la vita. Una natura che ci parla anche attraverso i suoi suoni (catturati in presa diretta da Carlo Missidenti, premiato col David di Donatello, e supervisionati ancora dall'instancabile Diritti). Poco a poco entriamo nella quotidianità di questo luogo, fatta di gente che lavora duro, lavora sodo, e cerca di tirare avanti come può. Una comunità che si dà aiuto reciproco, che ha le sue regole (comanda su tutti la nonna-matriarca, vestita di nero e con l’immancabile foulard in testa, il cui rigore ha spinto una delle figlie ad andare e poi ritornare a Bologna), ma anche i suoi momenti di svago, come il ritrovarsi nella stalla per raccontarsi avventure passate, o per scambiarsi un furtivo bacio. Poco a poco però, in questo che sembra un racconto bucolico, comincia d insinuarsi la realtà storica, fatta di leggi fasciste che impediscono ai mezzadri di abbandonare la terra, di giovani che si danno alla macchia per unirsi alle squadre di partigiani, e di soldati nazisti che di tanto in tanto compiono raid nella zona. Lentamente, ma inesorabilmente, siamo condotti, per mano di una bambina, verso il tragico epilogo. Iniziano i primi - per noi spettatori - incontri con i giovani soldati nazisti che vengono a "comperare" uova e vino, ma anche con i partigiani che chiedono cibo (come dice Lena nella sua saggezza contadina, che sia da un lato che sia dall’altro chi ne fa le spese sono sempre loro, la povera gente); le diaspore degli uomini nella foresta, delle donne e bambini in chiesa, ritenuta storicamente un rifugio sicuro; le varie incursioni dei soldati nemici; i primi giovani del borgo, divenuto partigiani, e che ritornano a casa coperti da un lenzuolo bianco. L’unico spiraglio di sole  sembra essere la nascita dell’agognato fratellino di Martina, ma è uno spiraglio passeggero e fugace. Poco dopo le squadre naziste, in risposta ad una incursione partigiana, decidono di rastrellare il villaggio e farla pagare ai maledetti italiani. Come al solito gli uomini si nascondono,donne, vecchi e bambini si rifugiano nelle due chiese. Errore fatale. I nazisti non rispettano nessuno, nemmeno Dio, e profanano la santità di chiese e cimiteri, facendo di questi il luogo del massacro di vittime innocenti. Diritti non si perde in scene insistite, in inutili giri di macchina – salvo un ralenti che si inserisce giusto nel contesto - , ma racconta la vicenda così come essa è. Non prende posizione contro le truppe tedesche, ma le racconta così come esse sono, e questo basta ed avanza. Tutto pare perduto. Eppure, tra i corpi martoriati dalle raffiche di mitra e dai colpi di pistola, il piccolo, esile involucro di Martina, col suo vestitino nuovo della prima comunione, ormai macchiato di terra e sangue, si muove, respira. Cerca l’aria, la libertà. E corre, corre nel bosco dove ha lasciato il fratellino appena nato, da lei miracolosamente salvato e nascosto in una delle buche scavate dagli uomini del villaggio. Sua madre, suo padre, i suoi nonni, le sue zie sono tutti morti, ma lei no. Non poteva, lo doveva a quel piccolo frugoletto che piange disperato di fame e sete. Lo trasporta sino alla casa del prete, dove viene soccorsa, lavata, rifocillata. Ma anche qui la morte incombe. Dei soldati nazisti irrompono in casa, mangiano, bevono, importunano le donne – vittime silenti e spesso dimenticate di una guerra voluta dagli uomini – festeggiano l’”impresa” appena portata a termine. E lei, Martina, di nuovo fugge, col pesante fardello dell’unico membro della famiglia rimastole nascosto in un cestino. Torna nell’unico posto che conosce, che per lei è stato comunque sinonimo di gioia e serenità: casa sua. E qui ritorniamo alla scena di apertura e scopriamo ora che stavamo guardando la casa vuota con gli occhi della bambina. Nonostante le immagini siano le stesse sono i nostri occhi ad essere cambiati, a vederle con una luce diversa. Ora sappiamo perché sono vuote e il perché della desolazione. Martina esce, si siede su un ramo incurvato, di fronte alla casa silenziosa, in braccio il fratello, e, per la prima volta, si mette a cantare la ninna nanna che la madre soleva cantare a lei, quando ancora aveva una famiglia. A lato compare il titolo del film, “L’uomo che verrà”, la vita che, nonostante tutto, continua, ma senza dimenticare. <br />
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Il tocco di Diritti è lieve, non insistito, quasi da spettatore, ma uno spettatore partecipe e che rende tutti noi parte della sua storia. Allievo di Olmi, lo si vede nell’amore in cui racconta la natura e la vita contadina, richiamando alla mente sia “L’albero degli zoccoli” sia “Il segreto del bosco vecchio” del grande regista italiano.    <br />
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Un film che colpisce lo spettatore, ma che a me richiama alla mente anche note biografiche. Alcuni momenti che devono aver vissuto i membri della mia famiglia, mia nonna, giovane sposa e madre di un bambino malato nei bui anni della guerra, mio nonno, costretto a sfidare la sorte ogni giorno andando a lavorare a Milano e non sapendo se avrebbe fatto ritorno, la mia bisnonna, che abitava in un cascinale molto simile a quello del racconto, che ha perso un figlio partigiano ucciso dalle truppe naziste, che ha ospitato in casa sfollati, e che ha visto di notte i bagliori lontani di una Milano in fiamme. Nonostante ci separino chilometri e chilometri, molti sono i punti di contatto tra le vicende della mia famiglia e quelle del racconto, e che per questo me lo ha fatte sentire ancora più vicino, più vero, più mio. <br />
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Un film che ha meritatamente vinto il David di Donatello come miglior pellicola del 2009 (e miglior produzione), che è un ottimo biglietto da visita per il nostro cinema,  e che dovrebbe avere una diffusione ben più capillare di quella che gli è stata riservata. <br />
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PS Sopravvissuti all'impresa?? ;-)]]></content:encoded>
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		<item>
			<title><![CDATA[viola di mare]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=42</link>
			<pubDate>Thu, 25 Mar 2010 13:15:00 +0000</pubDate>
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			<description><![CDATA[perche' Angela si veste da donna nell'ultima scena del film?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[perche' Angela si veste da donna nell'ultima scena del film?]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Il mio amico Eric]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=41</link>
			<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 19:16:34 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=41</guid>
			<description><![CDATA[Eccomi qua con una recensione di un film che merita assolutamente di essere visto. Si tratta de “IL MIO AMICO ERIC” (Looking for Eric - UK, Francia, Italia, Belgio, 2009), sapientemente diretto da Ken Loach, su sceneggiatura del fido Paul Laverty.<br />
<br />
Tralascio di descrivere la trama, dato che immagino l'avrete visto (se no, male!) e vado al "giudizio" personale. <br />
<br />
Un film questo che non ha né effetti speciali, né tantomeno star di rilevanza mondiale nel cast, ma che ha cose molto più preziose: l’idea di base originalmente presentata, una sceneggiatura coi fiocchi e una sapiente mano alla regia, nonché un cast eccellente e assolutamente in parte. Se ben miscelati gli ingredienti perfetti per un film tutto da gustare. E “Il mio amico Eric” è proprio un film succulento, divertente dalla prima all’ultima inquadratura (il finale a casa del criminale è spettacolare), con però anche dei momenti drammatici, che servono a dargli spessore e a non renderlo stucchevole. L’inventiva della trama, delle situazioni e delle battute – i proverbi di Cantona valgono tutto il film - e la sapiente mise-en-scene, nonché il curioso sguardo registico nel fanno davvero un piccolo capolavoro. Inoltre, il casting è da elogiare, perché, a parte Cantona che interpreta, in maniera ottima, se stesso, sia la scelta del protagonista, Steve Evets, magro magro e dinoccolato che incarna alla perfezione il postino britannico, che la scelta dei comprimari, soprattutto il folto gruppo di colleghi di Eric, una schiera di postini le cui facce e le cui circonferenze sono una meglio dell’altra, è davvero stata fatta con maestria. Inoltre è un film che parla sì di calcio, ma da un’ottica davvero sportiva, non “hooliganistica” e quindi simpatica, persino a me che aborro l’argomento. Ultima nota: è vero che il filone “angelo custode” era già stato usato in maniera perfetta da due mostri sacri del cinema quali Frank Capra in “La vita è una cosa meravigliosa” (con James Stewart) e in Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo” (qui l’angelo di Allen era nientepopodimenoche Humphrey Bogart), ma Loach è capace, da quel maestro che è, di riproporre il tema in maniera assolutamente innovativa, originale e personale. Quando le idee ci sono e il talento anche non è necessario aggiungervi nulla.<br />
<br />
Dato l’argomento trattato, la leggerezza del film, la sua vena comica, la bravura registica e la presenza di un campione come Cantona conosciuto da tutti (io e mia cugina eravamo probabilmente le uniche persone in sala a non sapere chi fosse costui) una domanda mi assilla: ma perché allora non distribuire questa pellicola normalmente nelle sale?? Perché rilegarla a film da Cineforum, che da Cineforum non è?? Perché?? Domande che non avranno mai risposta, o meglio di cui temo sapere già la risposta. Per niente rassicurante.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Eccomi qua con una recensione di un film che merita assolutamente di essere visto. Si tratta de “IL MIO AMICO ERIC” (Looking for Eric - UK, Francia, Italia, Belgio, 2009), sapientemente diretto da Ken Loach, su sceneggiatura del fido Paul Laverty.<br />
<br />
Tralascio di descrivere la trama, dato che immagino l'avrete visto (se no, male!) e vado al "giudizio" personale. <br />
<br />
Un film questo che non ha né effetti speciali, né tantomeno star di rilevanza mondiale nel cast, ma che ha cose molto più preziose: l’idea di base originalmente presentata, una sceneggiatura coi fiocchi e una sapiente mano alla regia, nonché un cast eccellente e assolutamente in parte. Se ben miscelati gli ingredienti perfetti per un film tutto da gustare. E “Il mio amico Eric” è proprio un film succulento, divertente dalla prima all’ultima inquadratura (il finale a casa del criminale è spettacolare), con però anche dei momenti drammatici, che servono a dargli spessore e a non renderlo stucchevole. L’inventiva della trama, delle situazioni e delle battute – i proverbi di Cantona valgono tutto il film - e la sapiente mise-en-scene, nonché il curioso sguardo registico nel fanno davvero un piccolo capolavoro. Inoltre, il casting è da elogiare, perché, a parte Cantona che interpreta, in maniera ottima, se stesso, sia la scelta del protagonista, Steve Evets, magro magro e dinoccolato che incarna alla perfezione il postino britannico, che la scelta dei comprimari, soprattutto il folto gruppo di colleghi di Eric, una schiera di postini le cui facce e le cui circonferenze sono una meglio dell’altra, è davvero stata fatta con maestria. Inoltre è un film che parla sì di calcio, ma da un’ottica davvero sportiva, non “hooliganistica” e quindi simpatica, persino a me che aborro l’argomento. Ultima nota: è vero che il filone “angelo custode” era già stato usato in maniera perfetta da due mostri sacri del cinema quali Frank Capra in “La vita è una cosa meravigliosa” (con James Stewart) e in Woody Allen in “La rosa purpurea del Cairo” (qui l’angelo di Allen era nientepopodimenoche Humphrey Bogart), ma Loach è capace, da quel maestro che è, di riproporre il tema in maniera assolutamente innovativa, originale e personale. Quando le idee ci sono e il talento anche non è necessario aggiungervi nulla.<br />
<br />
Dato l’argomento trattato, la leggerezza del film, la sua vena comica, la bravura registica e la presenza di un campione come Cantona conosciuto da tutti (io e mia cugina eravamo probabilmente le uniche persone in sala a non sapere chi fosse costui) una domanda mi assilla: ma perché allora non distribuire questa pellicola normalmente nelle sale?? Perché rilegarla a film da Cineforum, che da Cineforum non è?? Perché?? Domande che non avranno mai risposta, o meglio di cui temo sapere già la risposta. Per niente rassicurante.]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Niente velo per Jasira]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=40</link>
			<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 17:52:02 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=40</guid>
			<description><![CDATA[Non ? facile ?recensire? ?Niente velo per Jasira?. Una cosa per? ? da dire e subito: ma cosa si fumano coloro i quali scelgono i titoli italiani dei film? Questo ? un esempio di titolo altamente errato nonch? fuorviante. Non leggendo, per abitudine malsana, le trame dei film che vado a vedere, se non lo stretto indispensabile, pensavo di trovarmi di fronte ad una pellicola riguardante la scoperta della sessualit? di una ragazza musulmana in America e i suoi problemi. Invece qui di musulmano non c?? nessuno, a parte Saddam Hussein in TV! Jasira ? una ragazza tredicenne americana, di madre irlandese e padre siriano cristiano, che vive a Houston, Texas, luogo dove si svolge tutta la vicenda. <br />
<br />
Se da un certo punto di vista il film ?, in verit?, la scoperta del proprio corpo e la presa di coscienza della propria sessualit?, dall?altro ci troviamo di fronte a ben altro che i soliti filmetti american-pieosi o italian-mocciosi. E, sebbene qua e l? si ? riso in sala, essenzialmente si ? rimasti ? per lo meno io sono rimasta ? colpiti dalla durezza di certe scene. Gi? sceneggiatore di American Beauty, Alan Ball si trova di nuovo a raccontare cosa succede dietro i muri delle linde casette, tutte ordinatamente allineate, dei quartieri residenziali americani. Sembra quasi di trovarsi nel mondo di Barbie, tutto ? cos? pulito, chiaro, direi addirittura asettico?i vicini sono da cartolina, gentili, educati, cordiali, la classica famiglia americana bianca - padre atletico riservista, madre bionda e figlio quasi adolescente un po? mocciosetto - che porta ai nuovi vicini la torta di benvenuto. Per? dietro questa apparente normalit? si nascondono gli orrori non detti. Come nei film di Lynch dove, dietro le candide staccionate e gli ordinati giardini, la vita va in putrescenza.  Tra tutti forse la pi? ?normale? ? proprio Jasira con le sue curiosit? e le pulsioni tipiche della prima adolescenza. Viene da una famiglia interraziale, e la madre, quando si accorge che la figlia sta crescendo e il boy-friend di turno la sta adocchiando, invece di mandare lui a quel paese manda lei, in lacrime, dal padre che non vede da tempo. Costui ? un siriano conservatore, cristiano praticante, bacchettone e tradizionalista ? tradizionalista almeno per quanto riguarda l?educazione della figlia e finch? non fa comodo a lui. Infatti si fa l?amante greca e non esita a lasciare la ragazzina sola di notte a casa per andare da lei?Jasira, in tutto questo cambiamento, ? frastornata e per di pi? ? oggetto di scherno razziale ? scorretto oltretutto - da parte dei compagni di scuola, nonch? viene scambiata per una sud-americana dalla bidella di turno.  L?unico che sembra gentile con lei e che si interessi della sua persona ? il vicino di casa, Mr Travis Vuoso, che la ricopre di attenzioni. Personaggio splendidamente tratteggiato da Aaron Eckhart, Vuoso ? un signore davvero attraente, anche per il pubblico, senonch? dietro questa maschera linda, come la casa e la bandiera, si nasconde l?orco cattivo. Un vero e proprio pedofilo, che si approfitta della fragilit? e dell?ingenuit? della ragazza e la stupra in due modi: fisicamente in casa, per ben due volte; e psicologicamente, dato che la ragazza quasi si sente in colpa per averlo incoraggiato. Chi invece ? preoccupato per lei ? Thomas, il ragazzo di colore, con cui Jasira avr? la sua prima esperienza di sesso consensuale, e che ? visto malamente a casa sia dal padre che dalla madre in quanto di colore (da notare che la bionda mammina, Maria Bello direttamente da ER, come ultimo fidanzato si sceglier? proprio un afro-americano: evviva la coerenza!) e che, dopo che Jasira avr? rivelato lo stupro, sar? l?unico a farsi degli scrupoli sulla terribile esperienza della ragazza. Anche gli altri vicini di casa, Melina e il marito Gil, si preoccuperanno di Jasira, anche se mi rimane oscuro come la signora, di ritorno dallla luna di miele incintissima, abbia potuto accorgersi cos? celermente delle cattive intenzioni di Vuoso. Qui e nel repentino cambiamento di Rifat Maroun, mi pare si riscontrino un po? i limiti della sceneggiatura. <br />
<br />
Oltre al gi? citato Eckhart, merita un applauso anche Summer Bishil, la diciottenne che interpreta Jasira. Grazie alla sua disarmante semplicit? ed innocenza, riesce a rendere visibili e vedibili alcune scene decisamente crude e dolorose. Mai sopra le righe, ci regala un personaggio con cui non si pu? non entrare in empatia. In questi due personaggi sta forse la vera forza del film.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Non ? facile ?recensire? ?Niente velo per Jasira?. Una cosa per? ? da dire e subito: ma cosa si fumano coloro i quali scelgono i titoli italiani dei film? Questo ? un esempio di titolo altamente errato nonch? fuorviante. Non leggendo, per abitudine malsana, le trame dei film che vado a vedere, se non lo stretto indispensabile, pensavo di trovarmi di fronte ad una pellicola riguardante la scoperta della sessualit? di una ragazza musulmana in America e i suoi problemi. Invece qui di musulmano non c?? nessuno, a parte Saddam Hussein in TV! Jasira ? una ragazza tredicenne americana, di madre irlandese e padre siriano cristiano, che vive a Houston, Texas, luogo dove si svolge tutta la vicenda. <br />
<br />
Se da un certo punto di vista il film ?, in verit?, la scoperta del proprio corpo e la presa di coscienza della propria sessualit?, dall?altro ci troviamo di fronte a ben altro che i soliti filmetti american-pieosi o italian-mocciosi. E, sebbene qua e l? si ? riso in sala, essenzialmente si ? rimasti ? per lo meno io sono rimasta ? colpiti dalla durezza di certe scene. Gi? sceneggiatore di American Beauty, Alan Ball si trova di nuovo a raccontare cosa succede dietro i muri delle linde casette, tutte ordinatamente allineate, dei quartieri residenziali americani. Sembra quasi di trovarsi nel mondo di Barbie, tutto ? cos? pulito, chiaro, direi addirittura asettico?i vicini sono da cartolina, gentili, educati, cordiali, la classica famiglia americana bianca - padre atletico riservista, madre bionda e figlio quasi adolescente un po? mocciosetto - che porta ai nuovi vicini la torta di benvenuto. Per? dietro questa apparente normalit? si nascondono gli orrori non detti. Come nei film di Lynch dove, dietro le candide staccionate e gli ordinati giardini, la vita va in putrescenza.  Tra tutti forse la pi? ?normale? ? proprio Jasira con le sue curiosit? e le pulsioni tipiche della prima adolescenza. Viene da una famiglia interraziale, e la madre, quando si accorge che la figlia sta crescendo e il boy-friend di turno la sta adocchiando, invece di mandare lui a quel paese manda lei, in lacrime, dal padre che non vede da tempo. Costui ? un siriano conservatore, cristiano praticante, bacchettone e tradizionalista ? tradizionalista almeno per quanto riguarda l?educazione della figlia e finch? non fa comodo a lui. Infatti si fa l?amante greca e non esita a lasciare la ragazzina sola di notte a casa per andare da lei?Jasira, in tutto questo cambiamento, ? frastornata e per di pi? ? oggetto di scherno razziale ? scorretto oltretutto - da parte dei compagni di scuola, nonch? viene scambiata per una sud-americana dalla bidella di turno.  L?unico che sembra gentile con lei e che si interessi della sua persona ? il vicino di casa, Mr Travis Vuoso, che la ricopre di attenzioni. Personaggio splendidamente tratteggiato da Aaron Eckhart, Vuoso ? un signore davvero attraente, anche per il pubblico, senonch? dietro questa maschera linda, come la casa e la bandiera, si nasconde l?orco cattivo. Un vero e proprio pedofilo, che si approfitta della fragilit? e dell?ingenuit? della ragazza e la stupra in due modi: fisicamente in casa, per ben due volte; e psicologicamente, dato che la ragazza quasi si sente in colpa per averlo incoraggiato. Chi invece ? preoccupato per lei ? Thomas, il ragazzo di colore, con cui Jasira avr? la sua prima esperienza di sesso consensuale, e che ? visto malamente a casa sia dal padre che dalla madre in quanto di colore (da notare che la bionda mammina, Maria Bello direttamente da ER, come ultimo fidanzato si sceglier? proprio un afro-americano: evviva la coerenza!) e che, dopo che Jasira avr? rivelato lo stupro, sar? l?unico a farsi degli scrupoli sulla terribile esperienza della ragazza. Anche gli altri vicini di casa, Melina e il marito Gil, si preoccuperanno di Jasira, anche se mi rimane oscuro come la signora, di ritorno dallla luna di miele incintissima, abbia potuto accorgersi cos? celermente delle cattive intenzioni di Vuoso. Qui e nel repentino cambiamento di Rifat Maroun, mi pare si riscontrino un po? i limiti della sceneggiatura. <br />
<br />
Oltre al gi? citato Eckhart, merita un applauso anche Summer Bishil, la diciottenne che interpreta Jasira. Grazie alla sua disarmante semplicit? ed innocenza, riesce a rendere visibili e vedibili alcune scene decisamente crude e dolorose. Mai sopra le righe, ci regala un personaggio con cui non si pu? non entrare in empatia. In questi due personaggi sta forse la vera forza del film.]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Tulpan]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=38</link>
			<pubDate>Thu, 29 Oct 2009 17:49:51 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=38</guid>
			<description><![CDATA[Eccomi qua per un'altra "recensione". Francamente mi aspettavo, non so perch? (o forse per il titolo) un film pi? sulla falsariga de "Il matrimonio di Tuya", e invece qui la sposa del titolo proprio non si vede! E' un film sull'assenza (di lei) e sulla presenza (di lui). Un film sulla modernit? ricercata, voluta e chiss? se raggiunta da Tulpan, e sulla modernit? vissuta e rifiutata da Asa. Lui nel mondo moderno ci ? stato, lo ha provato, e potrebbe anche tornarci con l'amico eppure lo rifiuta. Preferisce rimanere nella yurta del cognato, che non lo ama troppo, anzi lo sopporta a malapena, piuttosto che lasciasre la sua terra e il suo sogno: una fattoria moderna coi pannelli solari. Asa offre tutto quello che ha, il suo sogno appunto, all'unica donna che potebbe aiutare a realizzarlo, ma lei scappa, rifiuta, ? in cerca di altro. Lui insiste, ma ? senza speranza. eppure alla fine, sembra che tutto possa ricominciare da un'altra parte. <br />
<br />
L'occhio documentaristico del regista ? fortemente presente nelle scene e nella scelta delle inquadrature, a volte insistite sulla natura kazaka e sulla sua estrema crudezza. Il colore che prevale ? il giallo, di un luogo totalmente desertico, arido, duro, difficile tanto che pare che la sabbia del deserto arrivi fino allo spettatore (mi sono domandata cosa mai mangiassero le capre!). Un luogo da cui fuggire, ma che invece ? nel cuore di Asa. E' un film in cui si coglie la contraddizione tra un Kazakistan moderno, che sembra pieno di promesse (vedi la nuovissima capitale Almaty, nel film solo citata dal piccolo della famiglia), e uno rirale, antico, che pare immutabile. Eppure qui sembra che la tradizione avr? la meglio, almeno nel cuore di Asa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Eccomi qua per un'altra "recensione". Francamente mi aspettavo, non so perch? (o forse per il titolo) un film pi? sulla falsariga de "Il matrimonio di Tuya", e invece qui la sposa del titolo proprio non si vede! E' un film sull'assenza (di lei) e sulla presenza (di lui). Un film sulla modernit? ricercata, voluta e chiss? se raggiunta da Tulpan, e sulla modernit? vissuta e rifiutata da Asa. Lui nel mondo moderno ci ? stato, lo ha provato, e potrebbe anche tornarci con l'amico eppure lo rifiuta. Preferisce rimanere nella yurta del cognato, che non lo ama troppo, anzi lo sopporta a malapena, piuttosto che lasciasre la sua terra e il suo sogno: una fattoria moderna coi pannelli solari. Asa offre tutto quello che ha, il suo sogno appunto, all'unica donna che potebbe aiutare a realizzarlo, ma lei scappa, rifiuta, ? in cerca di altro. Lui insiste, ma ? senza speranza. eppure alla fine, sembra che tutto possa ricominciare da un'altra parte. <br />
<br />
L'occhio documentaristico del regista ? fortemente presente nelle scene e nella scelta delle inquadrature, a volte insistite sulla natura kazaka e sulla sua estrema crudezza. Il colore che prevale ? il giallo, di un luogo totalmente desertico, arido, duro, difficile tanto che pare che la sabbia del deserto arrivi fino allo spettatore (mi sono domandata cosa mai mangiassero le capre!). Un luogo da cui fuggire, ma che invece ? nel cuore di Asa. E' un film in cui si coglie la contraddizione tra un Kazakistan moderno, che sembra pieno di promesse (vedi la nuovissima capitale Almaty, nel film solo citata dal piccolo della famiglia), e uno rirale, antico, che pare immutabile. Eppure qui sembra che la tradizione avr? la meglio, almeno nel cuore di Asa.]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I love Radio Rock]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=37</link>
			<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 17:08:25 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=37</guid>
			<description><![CDATA[Il film segna l'apertura di una nuova stagione del cineforum all'insegna di una maggior leggerezza e musicalit?! Ne avevo tanto e ben sentito parlare ed ero assai curiosa di testare con mano, pardon con occhi. Non ne sono rimasta delusa. Una bella commedia divertente, a tratti caustica e fortemente ironica, in cui si respira l'aria della swinging London degli anni '60 (il film ? ambientato tra la fine del '66 e l'inizio del '67) e della rivoluzione che port? con s?, non solo nel mondo musicale ma nel modo di pensare di giovani e meno giovani. Il paragone tra chi vive sulla nave pirata, i dj di Radio Rock appunto, e chi nei palazzi del potere non potrebbe essere pi? stridente, anzi a volte arriva persino al grottesco. Ritrovo qui, dopo un bel po' che non mi capitava di incontrarlo al cinema filmicamente parlando, Kenneth Branagh, in una versione che mi ricorda tanto il Fuhrer, sia per l'aspetto che per il cervello corto. Anche gli ambienti dove si muovono non potrebbero essere pi? diversi: austeri e ordinati i palazzi del ministero (per? bellissimi alcuni mobli soprattutto la specie di com? in legno che si intravede alle spalle di Branagh ad un certo punto, e la statua che ricorda un Boccioni: chiss? di chi ?), coloratissimi ed incasinati quelli della nave, cos? come i dj che la popolano. Un mondo che dovrebbe essere separato, a aprte, ma che ? pi? vero di quello reale. Qui si intrecciano storie di sesso, di amore, di rivalit?, di amicizia, di passione, di timidezza, di delusioni esattamente come nella vita e il tutto ? accompagnato da una colonna sonora ad hoc. Ed infatti la soundtrack qui ? assolutamente parte integrante del film, un altro protagonista assieme ai bravi Rhys Ifans, Philip Seymour Hoffman e Bill Nighy tra gli altri. Le canzoni sono famosissime, alcune eterne, difficile non le si sia ascoltate almeno una volta, e ci catapultano in un mondo che ora, con le radio piene di boy-band create a tavolino e di canzoni prive di originalit?, ? pi? che altro relegato nei ricordi di chi quei tempi li ha vissuti (non la sottoscritta).??<br />
<br />
Una pellicola davvero godibile e goduriosa, che apre bene la nuova stagione di Un luned? mai visto!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Il film segna l'apertura di una nuova stagione del cineforum all'insegna di una maggior leggerezza e musicalit?! Ne avevo tanto e ben sentito parlare ed ero assai curiosa di testare con mano, pardon con occhi. Non ne sono rimasta delusa. Una bella commedia divertente, a tratti caustica e fortemente ironica, in cui si respira l'aria della swinging London degli anni '60 (il film ? ambientato tra la fine del '66 e l'inizio del '67) e della rivoluzione che port? con s?, non solo nel mondo musicale ma nel modo di pensare di giovani e meno giovani. Il paragone tra chi vive sulla nave pirata, i dj di Radio Rock appunto, e chi nei palazzi del potere non potrebbe essere pi? stridente, anzi a volte arriva persino al grottesco. Ritrovo qui, dopo un bel po' che non mi capitava di incontrarlo al cinema filmicamente parlando, Kenneth Branagh, in una versione che mi ricorda tanto il Fuhrer, sia per l'aspetto che per il cervello corto. Anche gli ambienti dove si muovono non potrebbero essere pi? diversi: austeri e ordinati i palazzi del ministero (per? bellissimi alcuni mobli soprattutto la specie di com? in legno che si intravede alle spalle di Branagh ad un certo punto, e la statua che ricorda un Boccioni: chiss? di chi ?), coloratissimi ed incasinati quelli della nave, cos? come i dj che la popolano. Un mondo che dovrebbe essere separato, a aprte, ma che ? pi? vero di quello reale. Qui si intrecciano storie di sesso, di amore, di rivalit?, di amicizia, di passione, di timidezza, di delusioni esattamente come nella vita e il tutto ? accompagnato da una colonna sonora ad hoc. Ed infatti la soundtrack qui ? assolutamente parte integrante del film, un altro protagonista assieme ai bravi Rhys Ifans, Philip Seymour Hoffman e Bill Nighy tra gli altri. Le canzoni sono famosissime, alcune eterne, difficile non le si sia ascoltate almeno una volta, e ci catapultano in un mondo che ora, con le radio piene di boy-band create a tavolino e di canzoni prive di originalit?, ? pi? che altro relegato nei ricordi di chi quei tempi li ha vissuti (non la sottoscritta).??<br />
<br />
Una pellicola davvero godibile e goduriosa, che apre bene la nuova stagione di Un luned? mai visto!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Cous cous]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=36</link>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 16:26:03 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=36</guid>
			<description><![CDATA[Un tantino "logorroico", gustoso a tratti (mi aspettavo la ricetta per?!)...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Un tantino "logorroico", gustoso a tratti (mi aspettavo la ricetta per?!)...]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Sanguepazzo]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=35</link>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 16:24:12 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=35</guid>
			<description><![CDATA[Uno Zingaretti davvero davvero bravo (non ? mica solo Montalbano) e una Bellucci assolutamente inedita (non abbaia pi???)...una sorpresa.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Uno Zingaretti davvero davvero bravo (non ? mica solo Montalbano) e una Bellucci assolutamente inedita (non abbaia pi???)...una sorpresa.]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[Lo scafandro e la farfalla]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=34</link>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 16:22:19 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=34</guid>
			<description><![CDATA[Una tematica scafandro trattata con la leggerezza di una farfalla...se il commento ? banale il film per? ? certamente da vedere!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Una tematica scafandro trattata con la leggerezza di una farfalla...se il commento ? banale il film per? ? certamente da vedere!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[PERSEPOLIS]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=33</link>
			<pubDate>Fri, 14 Nov 2008 16:20:08 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=33</guid>
			<description><![CDATA[Imperdibile! Assolutamente da vedere! E guai a chiamarlo cartoon!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Imperdibile! Assolutamente da vedere! E guai a chiamarlo cartoon!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[la storia si ripete...]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=32</link>
			<pubDate>Thu, 21 Feb 2008 10:58:59 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=32</guid>
			<description><![CDATA[Sbaglio o il problema delle follie dei reduci di guerra era gi? presente con la famigerata guerra del Vietnam? (mi sembra che la filmografia sia ben ricca di questi esempi) e oggi, cambiano le metodiche, cambiano i tempi, cambia la percezione, ma ancora siamo qui e leccarci le ferite per conseguenze folli di una guerra stupida? Film toccante, interpretazione di Tommy Lee toccante e molto brava anche Charlize...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Sbaglio o il problema delle follie dei reduci di guerra era gi? presente con la famigerata guerra del Vietnam? (mi sembra che la filmografia sia ben ricca di questi esempi) e oggi, cambiano le metodiche, cambiano i tempi, cambia la percezione, ma ancora siamo qui e leccarci le ferite per conseguenze folli di una guerra stupida? Film toccante, interpretazione di Tommy Lee toccante e molto brava anche Charlize...]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[riflessioni]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=31</link>
			<pubDate>Wed, 13 Feb 2008 22:44:45 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=31</guid>
			<description><![CDATA[Perch? all'uscita del cinema. ho provato condivisione di dolore e disagio, con sottofondo di sensi di colpa?<br />
Eppure non sono cose nuove, ? uno degli aspetti del capitalismo, del liberismo a cui si aggiungono le conseguenze della globalizzazione.<br />
Sappiamo che, nel periodo che caratterizza la nascita della rivoluzione industriale, nelle fabbriche inglesi ai bambini lavoratori si facevano calzare stivali di ferro per farli stare in piedi lunghe ore.<br />
Nell'ambito del nostro Paese, conosciamo gli sfruttamenti a carico dei pi? deboli sia a livello del settore agrario che industriale, ? da queste storie che iniziano le lotte sindacali. C'? una ampia letteratura e filmografia sull'argomento.<br />
Sappiamo che anche da noi ci sono "storie di caporalato" condotte dalla mafia e da individui che ad essa aderiscono per poter vivere.<br />
Allora perch? il film induce stupore, meraviglia, scandalo?<br />
Per spiegare, non per giustificare, il comportamento della protagonista del film e di tutte le persone native che sfruttano il fenomeno dell'immigrazione, basta dire che anche per loro ? una questione di sopravvivenza?<br />
La protagonista ? una ragazza madre, il suo bimbo rischia di essere emarginato dai compagni di scuola, era incalzata dai genitori.<br />
Una volta avviata l'agenzia non mette in regola la sua attivit?: nell'illegalit? il guadagno ? pi? facile e veloce. Sembra che il bambino, con il giocattolo di moda, abbia risolto i suoi problemi: adesso ? accettato dai compagni. Cosa non farebbe una madre per il proprio figlio!<br />
Tutti quelli che si guadagnano da vivere con mezzi illegali avranno delle valide motivazioni! Basta vedere il problema dal punto di vista della individuale sopravvivenza (ed anche dell'individuale arricchimento).<br />
Spero che il comportamento della protagonista non desti, oltre che giustificazione, anche ammirazione: nonostante sia donna, ? capace di azioni dure, coraggiose.<br />
O, forse, in questo momento storico, il film non induce stupore, meraviglia, scandalo? In ultima analisi sono cose risapute, sono le contraddizioni della nostra societ?. E' per questo che il regista, in preda alla vecchiaia, come me, viene vissuto come obsoleto.<br />
Forse si d? per scontato che un altro mondo non ? possibile.<br />
Ma....denunciare come la vita possa essere ridotta a pura merce, non ? un modo attuale per stimolare la politica a sanare le discrasie del capitalismo e della globalizzazione?                   Ele]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Perch? all'uscita del cinema. ho provato condivisione di dolore e disagio, con sottofondo di sensi di colpa?<br />
Eppure non sono cose nuove, ? uno degli aspetti del capitalismo, del liberismo a cui si aggiungono le conseguenze della globalizzazione.<br />
Sappiamo che, nel periodo che caratterizza la nascita della rivoluzione industriale, nelle fabbriche inglesi ai bambini lavoratori si facevano calzare stivali di ferro per farli stare in piedi lunghe ore.<br />
Nell'ambito del nostro Paese, conosciamo gli sfruttamenti a carico dei pi? deboli sia a livello del settore agrario che industriale, ? da queste storie che iniziano le lotte sindacali. C'? una ampia letteratura e filmografia sull'argomento.<br />
Sappiamo che anche da noi ci sono "storie di caporalato" condotte dalla mafia e da individui che ad essa aderiscono per poter vivere.<br />
Allora perch? il film induce stupore, meraviglia, scandalo?<br />
Per spiegare, non per giustificare, il comportamento della protagonista del film e di tutte le persone native che sfruttano il fenomeno dell'immigrazione, basta dire che anche per loro ? una questione di sopravvivenza?<br />
La protagonista ? una ragazza madre, il suo bimbo rischia di essere emarginato dai compagni di scuola, era incalzata dai genitori.<br />
Una volta avviata l'agenzia non mette in regola la sua attivit?: nell'illegalit? il guadagno ? pi? facile e veloce. Sembra che il bambino, con il giocattolo di moda, abbia risolto i suoi problemi: adesso ? accettato dai compagni. Cosa non farebbe una madre per il proprio figlio!<br />
Tutti quelli che si guadagnano da vivere con mezzi illegali avranno delle valide motivazioni! Basta vedere il problema dal punto di vista della individuale sopravvivenza (ed anche dell'individuale arricchimento).<br />
Spero che il comportamento della protagonista non desti, oltre che giustificazione, anche ammirazione: nonostante sia donna, ? capace di azioni dure, coraggiose.<br />
O, forse, in questo momento storico, il film non induce stupore, meraviglia, scandalo? In ultima analisi sono cose risapute, sono le contraddizioni della nostra societ?. E' per questo che il regista, in preda alla vecchiaia, come me, viene vissuto come obsoleto.<br />
Forse si d? per scontato che un altro mondo non ? possibile.<br />
Ma....denunciare come la vita possa essere ridotta a pura merce, non ? un modo attuale per stimolare la politica a sanare le discrasie del capitalismo e della globalizzazione?                   Ele]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[la classe non ? acqua]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=30</link>
			<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 21:20:34 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=30</guid>
			<description><![CDATA[che magnifico esercizio di stile!!!!<br />
chiss? come sarebbe stato poterlo seguire in lingua originale, comprendendone per intero le finezze linguistiche!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[che magnifico esercizio di stile!!!!<br />
chiss? come sarebbe stato poterlo seguire in lingua originale, comprendendone per intero le finezze linguistiche!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[riflessione]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=29</link>
			<pubDate>Thu, 07 Feb 2008 18:18:42 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=29</guid>
			<description><![CDATA[Mi permetto non essere d'accordo con il pezzo di Roberto Nepoti (La Repubblica) che recita: "(...) personaggi ed ambienti sono molto italiani, molto contemporanei nel loro egoismo, nell'indifferenza, nel potenziale di violenza verso i pi? deboli e indifesi. Cos?, i presunti mostri si rivelano innocenti, scambiandosi il ruolo con la parte perbene, agiata e rispettata, della comunit? (...)".<br />
Questo commento si addice al vicino "Nordest", libro di Massimo Carlotto e Marco Videtta, in cui i crimini e misfatti riguardano mercantili comportamenti finalizzati all'arricchimento, al guadagno facile ed illecito, allo sfruttamento dei pi? deboli e, conseguentemente, ad uno stile di vita improntato al piacere consumistico. <br />
Nella cornice del paesaggio montano della Venezia Giulia, i giardini tenuti con cura in cui le rosee peonie ed i rossi chaenomele introducono la primavera, l'ordinato paese e le candide villette non si riveleranno "sepolcri imbiancati", ma luoghi in cui si celano drammi umani e precisamente quelli relativi alla malattia ed alla disabilit? psico-mentale che colpiscono in termini egualitari persone appartenenti alle diverse classi socili della comunit?.<br />
La giovane Anna con un tumore e con la consapevolezza che le rimane poco da vivere; un bambino autistico il cui disperato ed incessante pianto i genitori non sanno placare; l'insufficiente mentale con la sua innocente e disarmente logica; la moglie del commissario affetta da Alzheimer che, nella sua smomoratezza, trova un altro amore, lasciando smarriti un padre ed una figlia che devono ricostruire, sulla base della sincerit?, un rapporto pi? maturo.<br />
Disgrazie difficili da gestire; la "pietas" che inducono non riguarda solo l'individuo colpito, ma anche chi gli sta attorno.<br />
Nel film il rifiuto dell'handicap non trova meccanismi di difesa, quali, la razionalizzazione, la sublimazione, la compensazione, ma si rivela in tutta la sua drammatica evidenza. Il padre dello scemo del villaggio rivela apertamente il suo rifiuto e la tarda accettazione finalizzata all'ever trovato nel figlio una compagnia alla sua inferma vecchiaia, ma il figlio manifesta i sintomi dell'interiorizzata ostilit? da parte del padre.<br />
La madre del figlio autistico descrive con lucidit? i segni della malattia e confessa con contenuto dolore la sua inadeguatezza a gestire la difficile situazione ed ammette che solo Anna riusciva a placare la disperazione del bambino. Il padre non parla, non confessa il suo non intervento quando il cibo va di traverso nella gola del bimbo, ma confessa di aver ucciso Anna che non gli permetteva di far tacere i suoi sensi di colpa.<br />
Significativo il fatto che Anna, la ragazza del lago, non offre resistenza al suo assassino e, come angelo sterminatore desideroso di giustizia, utilizza la propria decretata morte per punire il padre del bambino.<br />
Nella trama si staglia la figura di uno scontroso commissario che guida l'attenzione dello spettatore su significativi particolari. Il commissario cammina per le vie del paese, osserva, ripercorre il tragitto spaziale e psicologico di ogni significativo personaggio. Osserva le cose, le forme, su cui si ? posato lo sguardo dei presunti assassini, come a coglierne il riflesso di pensieri ed intenzioni.<br />
Lo "scemo del villaggio" parla di una diceria: chi incrocia lo sguardo del serpente che abita il lago si addormenta. Quale metafora? Il sonno, la non salvezza di chi osa sfidare  le norme?<br />
Ele]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Mi permetto non essere d'accordo con il pezzo di Roberto Nepoti (La Repubblica) che recita: "(...) personaggi ed ambienti sono molto italiani, molto contemporanei nel loro egoismo, nell'indifferenza, nel potenziale di violenza verso i pi? deboli e indifesi. Cos?, i presunti mostri si rivelano innocenti, scambiandosi il ruolo con la parte perbene, agiata e rispettata, della comunit? (...)".<br />
Questo commento si addice al vicino "Nordest", libro di Massimo Carlotto e Marco Videtta, in cui i crimini e misfatti riguardano mercantili comportamenti finalizzati all'arricchimento, al guadagno facile ed illecito, allo sfruttamento dei pi? deboli e, conseguentemente, ad uno stile di vita improntato al piacere consumistico. <br />
Nella cornice del paesaggio montano della Venezia Giulia, i giardini tenuti con cura in cui le rosee peonie ed i rossi chaenomele introducono la primavera, l'ordinato paese e le candide villette non si riveleranno "sepolcri imbiancati", ma luoghi in cui si celano drammi umani e precisamente quelli relativi alla malattia ed alla disabilit? psico-mentale che colpiscono in termini egualitari persone appartenenti alle diverse classi socili della comunit?.<br />
La giovane Anna con un tumore e con la consapevolezza che le rimane poco da vivere; un bambino autistico il cui disperato ed incessante pianto i genitori non sanno placare; l'insufficiente mentale con la sua innocente e disarmente logica; la moglie del commissario affetta da Alzheimer che, nella sua smomoratezza, trova un altro amore, lasciando smarriti un padre ed una figlia che devono ricostruire, sulla base della sincerit?, un rapporto pi? maturo.<br />
Disgrazie difficili da gestire; la "pietas" che inducono non riguarda solo l'individuo colpito, ma anche chi gli sta attorno.<br />
Nel film il rifiuto dell'handicap non trova meccanismi di difesa, quali, la razionalizzazione, la sublimazione, la compensazione, ma si rivela in tutta la sua drammatica evidenza. Il padre dello scemo del villaggio rivela apertamente il suo rifiuto e la tarda accettazione finalizzata all'ever trovato nel figlio una compagnia alla sua inferma vecchiaia, ma il figlio manifesta i sintomi dell'interiorizzata ostilit? da parte del padre.<br />
La madre del figlio autistico descrive con lucidit? i segni della malattia e confessa con contenuto dolore la sua inadeguatezza a gestire la difficile situazione ed ammette che solo Anna riusciva a placare la disperazione del bambino. Il padre non parla, non confessa il suo non intervento quando il cibo va di traverso nella gola del bimbo, ma confessa di aver ucciso Anna che non gli permetteva di far tacere i suoi sensi di colpa.<br />
Significativo il fatto che Anna, la ragazza del lago, non offre resistenza al suo assassino e, come angelo sterminatore desideroso di giustizia, utilizza la propria decretata morte per punire il padre del bambino.<br />
Nella trama si staglia la figura di uno scontroso commissario che guida l'attenzione dello spettatore su significativi particolari. Il commissario cammina per le vie del paese, osserva, ripercorre il tragitto spaziale e psicologico di ogni significativo personaggio. Osserva le cose, le forme, su cui si ? posato lo sguardo dei presunti assassini, come a coglierne il riflesso di pensieri ed intenzioni.<br />
Lo "scemo del villaggio" parla di una diceria: chi incrocia lo sguardo del serpente che abita il lago si addormenta. Quale metafora? Il sonno, la non salvezza di chi osa sfidare  le norme?<br />
Ele]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[I Vicer]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=28</link>
			<pubDate>Tue, 22 Jan 2008 17:53:31 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=28</guid>
			<description><![CDATA[Era ora! Finalmente l'Italia ha prodotto e distribuito un bel film! E se lo dice una che i film italiani non li ama per niente allora...<br />
<br />
Ben diretto, ben scritto, ben recitato, ottime le scenografie e le ambientazioni, costumi stupendi e curato nei dettagli, non palloso n? prolisso, ironico quanto basta e a volte graffiante: insomma un prodotto di qualit? come da anni non si vedeva pi? nelle sale! Il merito va certamente alla Sicilia, che ha fornito di suo scenari splendidi, a De Roberto che ha scritto il libro originale, a Faenza che ha saputo sapientemente manovrare e miscelare gli ingredienti a sua disposizione e soprattutto agli attori, tra cui spicca un superbo Lando Buzzanca. Fino a ieri conosciuto solo perch? ha girato (o gli hanno fatto girare) filmetti e filmacci di serie B, oggi finalmente ha la possibilit? di dimostrare a tutti le sue qualit? recitative, in un personaggio, quello del principe Uzeda, decisamente sgradevole, cattivo, insomma odioso! Ma bellissime sono anche le facce di tutti gli altri, attori principali o semplici comparse. Forse il volto pi? insignificante??? proprio quello della Capotondi, la bella e sfortunata di turno, che si perde nel mare dei visi allungati, a tratti allampanati, dei nasi adunchi ed aquilini, delle espressioni tra il furbo e il vacuo che da sole recitano anche senza aver bisogno di parole. E allora se il cinema italiano ha dimostato di avere i mezzi, le capacit? e il potere di fare film di questa qualit? mi chiedo per quale motivo "I Vicer?" (e non solo) debba essere relegato, nella cosiddetta provincia (che costituisce per? il maggior sostrato del nostro paese), ad essere proiettato nei cineforum (e meno male che ci sono cineforum intelligenti che lo/li proiettano), con i limiti che i cineforum hanno, cio? di programmazione ad orario e giorno unico e non gode invece, come dovebbe, di una distribuzione normale, pi? ampia, spalmata su pi? giorni e pi? orari. Perch? loro no e i De Sica, i Boldi e i Pieraccioni invece spadroneggiano (e ci vessano) per mesi e mesi?? E ancora mi chiedo perch? un attore come Buzzanca, che immagino non si sia improvvisamente, dall'oggi al domani, trasformato, come per magia, da attoruncolo a persona capace di sostenere una parte come quella del film di Faenza fino ad ora sia rimasto inutilizzato, relegato a fare filmacci di serie B? Perch? scomodare attorucoli sconosciuti ai pi?, spesso sciapi ed insignificanti, se non addirittura cani, quando ne abbiamo uno cos? gi? pronto (e da tempo) a casa nostra????Domande che rimangono ahim? senza risposta. <br />
<br />
A parte ogni considerazione comunque "I Vicer?" e un film bello perch? non solo dice qualche cosa, ma soprattutto perch? ha qualche cosa da dire, ed in periodi in cui spesso si fa "much ado about nothing" questo fatto ha quasi del miracoloso! La speranza ? che di film cos? se ne facciano di pi?, ma per farli ci vuole volont?, volont? che spesso nel nostro bel paese latita...Mi auguro davvero che quello di Faenza sia il primo di una (lunga) serie!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[Era ora! Finalmente l'Italia ha prodotto e distribuito un bel film! E se lo dice una che i film italiani non li ama per niente allora...<br />
<br />
Ben diretto, ben scritto, ben recitato, ottime le scenografie e le ambientazioni, costumi stupendi e curato nei dettagli, non palloso n? prolisso, ironico quanto basta e a volte graffiante: insomma un prodotto di qualit? come da anni non si vedeva pi? nelle sale! Il merito va certamente alla Sicilia, che ha fornito di suo scenari splendidi, a De Roberto che ha scritto il libro originale, a Faenza che ha saputo sapientemente manovrare e miscelare gli ingredienti a sua disposizione e soprattutto agli attori, tra cui spicca un superbo Lando Buzzanca. Fino a ieri conosciuto solo perch? ha girato (o gli hanno fatto girare) filmetti e filmacci di serie B, oggi finalmente ha la possibilit? di dimostrare a tutti le sue qualit? recitative, in un personaggio, quello del principe Uzeda, decisamente sgradevole, cattivo, insomma odioso! Ma bellissime sono anche le facce di tutti gli altri, attori principali o semplici comparse. Forse il volto pi? insignificante??? proprio quello della Capotondi, la bella e sfortunata di turno, che si perde nel mare dei visi allungati, a tratti allampanati, dei nasi adunchi ed aquilini, delle espressioni tra il furbo e il vacuo che da sole recitano anche senza aver bisogno di parole. E allora se il cinema italiano ha dimostato di avere i mezzi, le capacit? e il potere di fare film di questa qualit? mi chiedo per quale motivo "I Vicer?" (e non solo) debba essere relegato, nella cosiddetta provincia (che costituisce per? il maggior sostrato del nostro paese), ad essere proiettato nei cineforum (e meno male che ci sono cineforum intelligenti che lo/li proiettano), con i limiti che i cineforum hanno, cio? di programmazione ad orario e giorno unico e non gode invece, come dovebbe, di una distribuzione normale, pi? ampia, spalmata su pi? giorni e pi? orari. Perch? loro no e i De Sica, i Boldi e i Pieraccioni invece spadroneggiano (e ci vessano) per mesi e mesi?? E ancora mi chiedo perch? un attore come Buzzanca, che immagino non si sia improvvisamente, dall'oggi al domani, trasformato, come per magia, da attoruncolo a persona capace di sostenere una parte come quella del film di Faenza fino ad ora sia rimasto inutilizzato, relegato a fare filmacci di serie B? Perch? scomodare attorucoli sconosciuti ai pi?, spesso sciapi ed insignificanti, se non addirittura cani, quando ne abbiamo uno cos? gi? pronto (e da tempo) a casa nostra????Domande che rimangono ahim? senza risposta. <br />
<br />
A parte ogni considerazione comunque "I Vicer?" e un film bello perch? non solo dice qualche cosa, ma soprattutto perch? ha qualche cosa da dire, ed in periodi in cui spesso si fa "much ado about nothing" questo fatto ha quasi del miracoloso! La speranza ? che di film cos? se ne facciano di pi?, ma per farli ci vuole volont?, volont? che spesso nel nostro bel paese latita...Mi auguro davvero che quello di Faenza sia il primo di una (lunga) serie!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[sud america]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=27</link>
			<pubDate>Tue, 30 Oct 2007 10:42:30 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=27</guid>
			<description><![CDATA[come andrei in Mongolia per attraversare gli altipiani desertici di Tuya, andrei in sud america per camminare sulle spiagge fredde contro un oceano mai calmo: quanta parte hanno avuto le ambientazioni nel risultato raggiunto dai due primi film della rassegna?<br />
molta, a tutto vantaggio del lavoro dei registi che hanno trovato un attore muto cui delegare cos? tanto<br />
le strade aperte tra i sassi e la polvere della Mongolia segnavano la fatica quotidiana, ne erano testimoni e ne erano al tempo stesso la prova, il cammino, le vie carovaniere evocate dal cammello che trasporta acqua, l'incidente nel quale il carro si rovescia, ogni immagine ci riporta fatica<br />
la luce azzurra dell'oceano, il vento, le piogge, immaginiamo anche la sabbia umida della spiaggia raccolgono i pensieri di Alex, densi e carichi, mentre gli altri personaggi sembrano proseguire su altri sentieri dove Alex non arriva sempre: solo il paesaggio ? interlocutore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[come andrei in Mongolia per attraversare gli altipiani desertici di Tuya, andrei in sud america per camminare sulle spiagge fredde contro un oceano mai calmo: quanta parte hanno avuto le ambientazioni nel risultato raggiunto dai due primi film della rassegna?<br />
molta, a tutto vantaggio del lavoro dei registi che hanno trovato un attore muto cui delegare cos? tanto<br />
le strade aperte tra i sassi e la polvere della Mongolia segnavano la fatica quotidiana, ne erano testimoni e ne erano al tempo stesso la prova, il cammino, le vie carovaniere evocate dal cammello che trasporta acqua, l'incidente nel quale il carro si rovescia, ogni immagine ci riporta fatica<br />
la luce azzurra dell'oceano, il vento, le piogge, immaginiamo anche la sabbia umida della spiaggia raccolgono i pensieri di Alex, densi e carichi, mentre gli altri personaggi sembrano proseguire su altri sentieri dove Alex non arriva sempre: solo il paesaggio ? interlocutore]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[midnight!!!!]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=26</link>
			<pubDate>Mon, 09 Jul 2007 12:20:55 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=26</guid>
			<description><![CDATA[bello bello bello!!!!! divertentissimo anche se poco probabile... gli anni 30 non sono tristi e cupi, come sono sono abituato a pensare.... anche senza soldi,ma con un po' di fortuna, ci si pu? divertire tanto!!!!cos? ci insegna la contessa ungherese.....hehe tanti tanti tanti saluti da sevilla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[bello bello bello!!!!! divertentissimo anche se poco probabile... gli anni 30 non sono tristi e cupi, come sono sono abituato a pensare.... anche senza soldi,ma con un po' di fortuna, ci si pu? divertire tanto!!!!cos? ci insegna la contessa ungherese.....hehe tanti tanti tanti saluti da sevilla!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!]]></content:encoded>
		</item>
		<item>
			<title><![CDATA[...un gioiello...]]></title>
			<link>http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=25</link>
			<pubDate>Sun, 08 Apr 2007 13:44:47 +0000</pubDate>
			<guid isPermaLink="false">http://quellicheilcineforum.quellicheilcinema.it/showthread.php?tid=25</guid>
			<description><![CDATA[coraggiora la scelta di proporre una commedia del 1939 in b/n e lingua originale sottotitolata...<br />
<br />
...era da molto che non vedevo qualcosa di cos? divertente...<br />
...divertente e raffinato, cosa sempre pi? rara oggi...<br />
<br />
a presto,<br />
e.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[coraggiora la scelta di proporre una commedia del 1939 in b/n e lingua originale sottotitolata...<br />
<br />
...era da molto che non vedevo qualcosa di cos? divertente...<br />
...divertente e raffinato, cosa sempre pi? rara oggi...<br />
<br />
a presto,<br />
e.]]></content:encoded>
		</item>
	</channel>
</rss>
